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Francesca Fiandaca: la professoressa di lettere classiche che insegnò diritto

Sarebbe difficile dire un numero.
Si sbaglierebbe di certo chi volesse dare una cifra esatta o anche solo approssimata delle tantissime persone che la mattina del 4 dicembre del 2017, a Caltanissetta e altrove, hanno ricevuto o rilanciato messaggi che riferivano o commentavano la notizia della scomparsa di Francesca Fiandaca.
“La prof.”, hanno scritto in quei messaggi quelli che non riuscivano a separare quella figura dai loro anni trascorsi sui banchi di scuola ad ascoltarla, rigorosa e affascinante, mentre somministrava partiture di umanesimo nonostante il mondo del fatuo progresso si mostrava sintonizzato su altre linee d’onda.
“La direttrice”, l’hanno chiamata quelli che volevano sottolineare la funzione che aveva svolto per il Museo diocesano di Caltanissetta fino agli ultimi giorni della sua vita con tutte le energie rimaste.

“Francesca”, hanno scritto quelli che non volevano trascurare nessuno degli aspetti del suo carattere, nessuna delle esperienze che aveva incarnato facendosene emblema, nessuna delle molteplici risorse della sua cristallina ma ricca complessità che si esprimevano in un nome semplice, comune nell’evocare una persona fuori dal comune.
Da quel 4 dicembre fino ad oggi in molti hanno ricordato la cultura, le competenze, gli incarichi e l’umanità di Francesca Fiandaca.
Molti hanno raccontato di quel suo entusiasmo appassionato verso tutto ciò che poteva consentire la valorizzazione delle persone e la promozione della comunità (che poi questo è il vero modo di essere di chi è autenticamente umanista, questo significa davvero fare cultura).
Ma forse di un aspetto di questo entusiasmo non si è ancora parlato: della sua arguta e mai stanca curiosità verso il mondo del diritto.
Al suo decisivo contributo si deve la realizzazione di alcuni ambiziosi progetti che portarono la Scuola forense di Caltanissetta, l’ordine degli avvocati e la Struttura decentrata della magistratura ad allestire delle rappresentazioni teatrali che con fedeltà filologica e libertà narrativa ricostruirono alcuni momenti significativi della storia del diritto.
Fu a dicembre del 2011 che al teatro Bauffremont andò in scena uno spettacolo senza precedenti.
“Cicerone pietra miliare dell’avvocatura” era un’opera scritta interamente e interamente recitata in lingua latina; rappresentava in una serie di scene gli istituti giuridici fondamentali del diritto romano e infine il processo a Verre in cui Cicerone difendeva le ragioni dei Siciliani depredati da quel corrotto propretore.
Francesca Fiandaca concorse a scrivere e poi a limare i testi, confrontò ogni situazione da rappresentare con le fonti e con la storia, controllò che tutti gli “attori” (avvocati e magistrati prestatisi alla scena) rispettassero grammatica, sintassi e fonetica latina mente recitavano la loro parte.

Foto di Lillo Miccichè

Dietro le quinte e con voce fuori campo fu colei che rese storicamente affidabile, culturalmente pregevole e giuridicamente ineccepibile un lavoro teatrale eseguito da dilettanti.
Un lavoro che riceveva senso proprio da quei dilettanti che, essendo professionisti del diritto, avevano l’opportunità di cogliere e fare cogliere il senso profondo della regolamentazione giuridica dei rapporti tra le persone in una comunità del passato così come nel mondo moderno (diverso sì ma poi non tanto rispetto a quello dell’antica Roma).
Attraverso il tocco e i ritocchi di una profonda umanista come Francesca Fiandaca, la storia diventava costume, il costume diventava metafora delle relazioni umane e il diritto diventava un racconto fruibile a qualsiasi spettatore.
Seguirono altre rappresentazioni teatrali dove la mano della professoressa Fiandaca non mancò di sorreggere e cesellare operazioni culturali di livello altrettanto alto, che scandirono a Caltanissetta gli anni a venire: “Le mille e una notte del diritto” , che raccontava gli istituti giuridici della dominazione araba in Sicilia; “Il fabbricante di immortalità”, che rappresentava un processo dinanzi ad una Corte internazionale a carico di uno scienziato aduso alla clonazione degli esseri umani; “Il demiurgo”, una satira caustica sulle derive della democrazia.
Cos’era il diritto per Francesca Fiandaca gli operatori del diritto lo impararono in queste occasioni. Non perché lo spiegò, ma perché con quello che faceva lo mostrò.
Il diritto doveva considerarsi al contempo prodotto dell’uomo e strumento di promozione dell’uomo. Con le sue qualità e con le sue inadeguatezze.
Come la cultura.
E come l’arte.
Solo che se la cultura è cultura e se l’arte è arte, già questo basta ad esse per essere strumenti di promozione dell’uomo.
Il diritto invece se è solo diritto, ma non è sorretto da cultura, se non è praticato con la levità e la misura dell’arte, resta solo prodotto dell’uomo e non è capace di promuoverne la crescita.
A chi deve lavorare nel mondo della giustizia oggi non resta che sperare che – come accadeva per i frammenti di vita e di storia rappresentati a teatro e puntellati fuori scena dalla cura di Francesca Fiandaca – così anche il più raffinato tecnico del diritto dinanzi alle persone e ai frammenti delle loro storie di cui si deve occupare sia accompagnato ed orientato dalla sensibilità umanistica che questa donna irripetibile ha saputo rappresentare.