Fatti contro la mafia. Vincenzo Livatino, il papà del magistrato che ispirò l’ anatema di Agrigento

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Pagina 3 del mensile “il Fatto Nisseno” di maggio 2011

Alla sua età, incerto sulle gambe, camminava tenendosi al braccio di un parente o di un amico, ma non mancava mai ogni anno il 21 settembre sulla statale 640 tra Canicattì e Agrigento, quando veniva commemorato il figlio magistrato, ucciso lì dai sicari della stidda agrigentina nel 1990.
E nella solennità delle divise, delle corone di fiori e delle auto blu, la sua era la presenza più lieve e più allegra: salutava tutte le autorità e poi, con sguardo esperto, individuava nelle seconde e terze file i capannelli degli intervenuti più giovani e si avvicinava a loro, apostrofandoli quasi come a volerli prendere in giro: “Che siete voi, ora, i giudici ragazzini? E allora vi devo salutare”.
Vincenzo Livatino era il padre del “giudice ragazzino”; attratti dalla sua severità bonaria e dal suo affetto perentorio, quei giovani magistrati si sentivano un po’ anche figli suoi e per questo un po’ fratelli di Rosario Livatino. Fratelli minori, si intende, che guardano con sconfinata ammirazione al “ragazzino” più grande e cercano di imparare, sperando e temendo di potere essere com’era lui.
Insieme a sua moglie Rosalia Corbo, Vincenzo Livatino aveva cresciuto il loro unico figlio educandolo al rigore e all’onestà ed era stato ripagato vedendolo diventare un magistrato competente e coraggioso.
Ciò che dava orgoglio ai genitori, dava invece fastidio alle cosche mafiose.
Quando seppero che la macchina di Rosario era stata speronata dai killer, che il loro figlio aveva cercato di fuggire nella campagna oltre il guard rail, che era stato inseguito e che gli avevano sparato senza pietà, per Vincenzo Livatino e sua moglie Rosalia la vita sembrò fermarsi.
E invece l’esempio luminoso di Rosario e la testimonianza dei suoi genitori avrebbero ancora dato molto alla Sicilia e al mondo.
Sobri e composti, vissero il loro dolore senza nasconderlo ma senza proclamarlo; piansero il loro figlio senza dolersi mai delle scelte che aveva fatto; nulla rivendicarono dallo Stato, da quello Stato per servire il quale Rosario non aveva potuto accompagnarli nella loro vecchiaia; non persero, anzi accrebbero la loro fede in quel Dio che insieme a Rosario tante volte avevano pregato e sotto la tutela del quale Rosario si metteva ogni giorno.
Al Presidente della Repubblica che li andò a trovare per i funerali chiesero perché si era preso tanto disturbo da fare un viaggio così lungo da Roma a Canicattì; a chi poneva loro domande sulla scorta che il figlio non aveva mai avuto, dicevano che così aveva voluto e che aveva avuto ragione, perché era morto lui solo e non altri padri di famiglia; quando vennero condannati i colpevoli dell’omicidio di Rosario, dissero solo che erano vecchi e non avevano la forza di seguire tutti i processi.
Invece di forza ne avevano tanta e la trasmettevano a tutti. Persino ad un Papa santo.
Il 9 maggio del 1993, Giovanni Paolo II andò in visita pastorale ad Agrigento; si era documentato moltissimo sulla mafia, ma, a differenza di tanti esperti, sentiva che per capirla a fondo tutti quegli studi non potevano bastare.
Il Vescovo di allora, Mons. Ferraro, gli presentò Rosalia Corbo e Vincenzo Livatino; Vincenzo si mise di fianco e lasciò alla moglie tutta l’attenzione del Papa, che le prese le mani, le tenne nelle sue e la fissò negli occhi amorevolmente; in questo lungo ed intenso momento trascorso da Rosalia e dal Santo Padre in un abbraccio di sguardi e in assoluto silenzio, Vincenzo restò da parte continuando a sussurrare: “Me l’hanno ammazzato, nemmeno quarant’anni”.
Racconterà Gianfranco Svidercoschi, biografo di Wojtyla e suo fedele accompagnatore, che, quando i genitori del “giudice ragazzino” si allontanarono, il Papa disse: “Ecco cos’è la mafia. Un conto è studiarla, un conto è vedere quello che ha provocato”.
Poi si avviò verso la valle dei Templi dove avrebbe celebrato una Messa storica, che avrebbe dato un impulso irreversibile alla pastorale della Chiesa.
Gli occhi e le mani di Rosalia, il mesto e dignitoso sussurrare di Vincenzo, la testimonianza semplice e vigorosa del loro figlio Rosario quante sensazioni avranno lasciato nel grande cuore di Wojtyla? Quante di tutte quelle che spontaneamente egli espresse nell’oramai celebre anatema contro la mafia?
“Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!”
La potenza di quelle parole ricordava il velo del tempio squarciato in due dopo l’ultimo grido di Gesù crocifisso. E l’emozione, la rabbia che esprimevano non contrastavano per nulla con la mitezza delle persone che avevano concorso ad ispirarle.
Oggi Giovanni Paolo II è beato; da un anno è in corso il processo canonico diocesano di beatificazione per Rosario Livatino. Rosalia Corbo nel 2003 ha raggiunto il figlio e ha lasciato a Canicattì Vincenzo Livatino, che ha continuato, fino all’età di 93 anni, ad incoraggiare la buona volontà di uomini delle istituzioni e della società civile, additando Rosario come servitore dello Stato e martire della fede.
E’ morto, forse non ancora stanco, il 5 maggio 2010.
I giudici ragazzini ne hanno tanta nostalgia.

Rosario Livatino, il giudice ragazzino martire della giustizia

Figlio dell’avvocato Vincenzo e della signora Rosalia Corbo. Conseguita la maturità presso il liceo classico Ugo Foscolo, nel 1971 s’iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Palermo nella quale si laureò nel 1975 cum laude. Tra il 1977 ed il 1978 prestò servizio come vicedirettore in prova presso l’ufficio del Registro di Agrigento. Sempre nel 1978, dopo essersi classificato tra i primi in graduatoria nel concorso per uditore giudiziario, entrò in magistratura presso il Tribunale di Caltanissetta.
Nel 1979 diventò sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento e ricoprì la carica fino al 1989, quando assunse il ruolo di giudice a latere. Venne ucciso il 21 settembre del 1990 sulla SS 640 mentre si recava, senza scorta, in tribunale, per mano di quattro sicari assoldati dalla Stidda agrigentina, organizzazione mafiosa in contrasto con Cosa Nostra. Del delitto fu testimone oculare Pietro Nava, sulla base delle cui dichiarazioni furono individuati gli esecutori dell’omicidio.
Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli Siciliana ed aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia, anche attraverso lo strumento della confisca dei beni. Visse e operò in un periodo nel quale alcuni giovani magistrati cominciarono delle indagini che rivelavano per la prima volta i legami tra mafia, politica e massoneria. Il Presidente della Repubblica di allora Francesco Cossiga attaccò quei magistrati con una notissima dichiarazione: «Possiamo continuare con questo tabù, che poi significa che ogni ragazzino che ha vinto il concorso ritiene di dover esercitare l’azione penale a diritto e a rovescio, come gli pare e gli piace, senza rispondere a nessuno…? Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perchè ha fatto il concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia e il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza! A questo ragazzino io non gli affiderei nemmeno l’amministrazione di una casa terrena, come si dice in Sardegna, una casa a un piano con una sola finestra, che è anche la porta».
Fu poi Nando Dalla Chiesa che ribattezzò Livatino con la stessa dizione usata da Cossiga, intitolando una famosa biografia del magistrato “il giudice ragazzino” (edita da Einaudi e venduta in centinaia di migliaia di copie); ciò con il fine di dimostrare che quell’insofferenza di Cossiga nei confronti dei giovani magistrati era mal riposta.
Papa Giovanni Paolo II definì Rosario Livatino «martire della giustizia ed indirettamente della fede».