Fatti, personaggi e Sport. Fabio Venniro, il cuore oltre le vittorie

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Il bomber nisseno dopo 23 anni di attività appende le scarpe al chiodo. L’ariete, dai piedi buoni e dal carattere irruento, non abbandona il mondo dello sport: è diventato uno stimato preparatore atletico

Seduti su una panchina a guardare il verde del manto dello stadio Marco Tomaselli, silenzio intorno, una calma serena. Così comincia il lungo racconto che riguarda la rocambolesca storia di un calciatore che ha deciso che è arrivato il momento di lasciare dopo 23 anni,di chiudere la carriera, appendere le scarpette al chiodo e volgere lo sguardo altrove verso un futuro già conosciuto, un’altra fase della sua vita, quella della maturità. “Super Venniro” titolava La Sicilia nel 2015 in un pezzo che raccontava le mirabilia di Fabio Venniro classe 1978 . “L’highlander dei bomber” lo chiamano. Più di duecento gol al suo attivo . Un metro e ottanta per settantacinque chili, è stato il terrore di tanti, troppi avversari, temuto e rispettato. Sguardo aggressivo, riusciva a vedere la porta da ogni angolo del campo, per certi movimenti somigliava a Cristian Vieri, dicono quelli che lo hanno visto giocare per anni.

Fabio Venniro alletà di 10 anni con la maglia della Nissa

Un combattente che non si arrende mai, forte in area di rigore sfruttava la sua fisicità nei contrasti e spesso aveva la meglio. Avrebbe potuto fare carriera tra i professionisti ma la vita di Fabio è stata costellata da tante “Slidingdoors” porte che si sono aperte e chiuse in momenti sbagliati. Forse l’occasione della vita l’ha persa quando quel telefono squillava e lui non poteva rispondere era il 2000, dall’altro capo del telefono c’erano i dirigenti dell’Acireale di Pulvirenti che allora militava in C1. Inquieto, ribelle, fuori dagli schemi e dalle convenzioni, irruento, emotivo, generosissimo, questo è stato Fabio Venniro, dai piedi buoni e dal carattere spigoloso. A sei anni respirava già l’odore della terra polverosa dei campettiha cominciato da bambino nella Savoia di Nardo Savoia e poi nella Nissa Totò Lazzara ed Antonio Mosca e poi ancora alla  Nissa di Mario Privitera. Il rapporto con la squadra della città, come quello con una fidanzata che si ama moltissimo ma con la quale non si va d’accordo, eppure per tre anni c’è rimasto, un amore non totalizzante, i colori della squadra nel cuore, l’attaccamento alla maglietta indimenticato.  Né rimpianti nè rimorsi, ma un po’ di amarezza quella si, nei confronti dei tifosi, che non gli hanno perdonato alcuni errori di gioventù, nei confronti della squadra che non lo ha protetto abbastanza. E poi c’è la componente fortuna. La Tùche così la chiamavano i greci, quell’elemento irrazionale che scende nella vita degli uomini e la modifica, per i credenti è la divina provvidenza in positivo, per i non credenti in negativo è la sfortuna. Lo aveva adocchiato il Napoli di Montefusco erano gli anni 95 -96 una settimana di allenamento in Campania forse qualcosa stava andando per il verso giusto, stava svoltando ed invece un infortunio lo costringe ad tornare a casa. L’anno successivo è stata la volta della primavera del Palermo, la città universitaria, le distrazioni, la giovane età, la voglia di trasgredire le rigide regole, non lo hanno aiutato a restare, altra occasione mancata. Figlio d’ arte, suo padre Angelo ha giocato per tanti anni nella Nissa.

Un consigliere silenzioso che lo ha sempre lasciato libero di decidere di sbagliare o azzeccare con la sua testa, però prima di firmare ogni contratto la chiacchierata col papà c’è sempre stata dagli esordi con l’eccellenza alla serie D campionato che ha vissuto da protagonista in tutte le squadre in cui ha militato per quattro anni. Certo avrebbe voluto chiudere la carriera nella sua squadra con quei colori biancoscudati che lo hanno fatto sognare sin da bambino, ma ha deciso che era meglio così, ultima stagione con il Serradifalco. Resta il ricordo di quel ragazzino che con la faccia dietro la rete di recinsione del Palmintelli che guardava i giocatori della grande Nissa che si allenavano, era la Nissa del primi anni di Terenzio che mieteva successi e denaro e guardandoli diceva :”Un giorno anche io sarò li ad allenarmi” ci è riuscito, in quanto a caparbietà ne aveva da vendere il giovane Venniro. Adesso però si volta pagina, in realtà una pagina già girata da tempo, da quando la sua strada si è incrociata con quella di Giovanni Scarantino plurimedagliato pesista nisseno allenatore federale, il papà dell’altrettanto famoso Mirco, loro sono diventati la sua seconda famiglia. Il professionismo, questo gli ha insegnato Giovanni a pensare da professionista. Il viso si allarga in un espressione radiosa, quella vena di malinconica mista a rabbia negli oggi che ha pervaso tutto il racconto della vita calcistica lascia  spazio al sorriso disteso quando si comincia a parlare di pesistica, di preparazione atletica. Un fisico scultoreo frutto di durissimi estenuanti allenamenti ad altissimo livello, un modus agendi differente, queste le componenti che hanno trasformato un giovane irruento in un uomo maturo, un preparatore atletico di tutto rispetto, un allenatore. Si sente odore di sudore olimpico lungo il corridoio che conduce alla palestra del centro federale di pesistica, da li sono usciti grandi campioni, l’ultimo ed al momento il più importante Mirco Scarantino.Un ambiente spartano, senza fronzoli e distrazioni, dove si va per lavorare, per scolpire i muscoli, per potenziare la forza propulsiva di ogni atleta.

Fabio Venniro in palestraTanti giovani che lo chiamano come si usa dalle nostre parti in dialetto “pipino” che lo considerano un punto di riferimento, si lui, proprio lui che non avrebbe mai immaginato di poter essere da stimolo per qualcuno, invece adesso lo è diventato. Lo guardano adoranti mentre si allena, mentre salta, i suoi famosi balzi che sembra quasi volare, lo guardano anelanti e sembrano voler dire :”Spiega come si fa.”Consiglia loro quello che nessuno nel mondo del pallone gli ha mai consigliato, ciò che è giusto e quello che è sbagliato, che l’impegno e la costanza alla lunga pagano, che bisogna avere pazienza e fissarsi degli obbiettivi.  E’ un esempio per i giovani atleti che lo seguono, è un amico per tutti gli altri, perché Fabio Venniro sa essere un amico, prima caratteristica di un buon personal, sapere ascoltare, saper capire, forse perché quando ne aveva bisogno nessuno lo ha ascoltato. C’è luce nella vita di Fabio, quella luce ha un nome si chiama Gaia. La sua spalla sulla quale si è appoggiato nei momenti di difficoltà, quando non faceva più gol, nei momenti di crisi, ecco Gaia è stata quella fortuna che in altri ambiti della sua vita non è arrivata. L’altra metà della mela, il porto sicuro, la serenità, la comprensione di una donna che ha saputo e sà ascoltare. Così la descrive, con un amore profondissimo nello sguardo e nelle parole. La dolcezza che non è facile leggere nei tratti di un uomo così complicato e vissuto esce tutta fuori mentre pronuncia quel nome Gaia, la sua Gaia. Ogni incontro lascia un segno, Fabio Venniro rappresenta il riscatto e la forza di volontà è un uomo che ha una storia da raccontare, che ha vissuto, sofferto, gioito e che c’è l’ha sempre fatta spalle larghe testa alta ad ogni caduta si è rialzato più forte di prima. Fabio è una di quelle persone che se incroci per strada ti guarda negli occhi.

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