L’irrinunciabile delicatezza del testamento olografo

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Il testamento, nel nostro ordinamento giuridico, può essere di due tipi: olografo o per atto di notaio. Il testamento olografo è scritto per intero, datato e sottoscritto di mano del testatore (art. 602 c.c.); è la forma più semplice e più riservata di testamento: il testatore può tener nascoste a chiunque le sue volontà testamentarie ma anche il fatto stesso di aver disposto per testamento. L’olografo garantisce quindi massima segretezza. Il testatore è solo con se stesso e può anche mantenere per sempre questo assoluto riserbo; per dare attuazione alle sue volontà, il testamento dovrà essere consegnato ad un notaio dopo la morte, al fine di consentirne la pubblicazione.
Nel testamento pubblico (la forma più diffusa di testamento per atto di notaio), invece, il testatore dichiara al notaio le sue volontà alla presenza di due testimoni e il notaio le riduce in iscritto: i propositi del testatore vengono filtrati dal notaio e tradotti in formule giuridiche adeguate al fine di consentirne, post mortem, una attuazione precisa ed efficace.
Il testamento pubblico ha una maggiore solennità formale, garantisce la sicurezza della conservazione dell’atto e un rigoroso accertamento dell’identità del testatore e della sua volontà; il tutto a scapito dell’assoluta segretezza che deve cedere il passo proprio alla solennità delle forme: il testamento olografo può essere conosciuto dal solo testatore, mentre quello pubblico almeno da altre tre persone (il notaio e due testimoni) benché tutte tenute, per legge e per dovere morale, alla segretezza.
Ogni operatore del diritto sa bene che i problemi interpretativi che un testamento olografo pone, sono spesso di grande complessità: a volte è impossibile ricostruire in modo certo e univoco la volontà del testatore e incasellarla in precisi schemi legali: non di rado, infatti, l’autore di un olografo butta giù su carta i propri pensieri d’impulso, senza ordine, ma proprio per questo in modo genuino e non mediato.
Gli atti legislativi, quelli delle autorità amministrative e i contratti riescono a giovarsi della cosiddetta interpretazione autentica: lo stesso autore o gli autori dell’atto possono esplicarne meglio il significato con un nuovo documento che ne chiarisca la reale portata e tolga ogni dubbio all’interprete.
Il testamento no, perché l’autore non può più esprimersi: quando viene aperto, diviene l’unico strumento per decifrare le intenzioni del testatore, l’ultimo e, sovente, nemmeno il più chiaro. Al testatore, ormai passato a miglior vita, non si può chiedere un’interpretazione autentica e quella eventualmente fornita dai suoi stretti congiunti non è autentica in senso stretto e può essere erronea, fallace o volutamente fuorviante.
È il motivo per cui uno dei migliori criteri guida per l’interpretazione del testamento olografo è (e non può che essere) quello della conservazione della volontà testamentaria.
Il testamento olografo ha però in sé qualcosa di magico: il momento in cui il testatore affronta il foglio di carta, da solo, senza l’ausilio del notaio, ha in sé una solennità (interiore) per certi versi ancora maggiore rispetto a quella dell’atto pubblico, che, per definizione, vive di forma e di solennità (esteriore). Il testatore è con se stesso, e proprio per questo è libero di far fluire i propri sentimenti senza barriere tra la testa, la penna e la carta.
E così emozioni, stati d’animo, rabbia, paure, ambizioni, speranze, illusioni e dolori familiari, delusioni e angosce, si accalcano dentro il documento, liberi, non imbrigliati in forme precostituite, con un risultato, a volte, di rara intensità emotiva.
I tratti poetici di un testamento olografo sono impossibili da trovare nella fredda perfezione tecnica del testamento redatto dal notaio.
Non c’è spazio nell’olografo per costringere i sentimenti dentro formule tecniche preconfezionate: il testatore esprime quello che ha dentro e lo fa con la consapevolezza che quella, forse, è l’ultima occasione che gli è data per esprimersi con franchezza, per comunicare ai propri cari, e non solo ad essi, le proprie emozioni e le ultime, spesso definitive, volontà.
Le note del testamento olografo ti toccano il cuore come nessun altro scritto giuridico può fare, in modo semplice e disarmante. Spesso c’è dentro una fulminante sintesi della personalità e della vita interiore del suo autore, ed emerge una sensibilità quasi inattesa, che lascia il lettore postumo senza parole.
Ed è proprio la parte in cui il testatore lascia fluire i propri sentimenti senza barriere, senza il filtro del notaio che ascolta le sue volontà e le traduce e costringe nelle formule giuridicamente ‘rotonde’ ma emotivamente sterili del testamento pubblico, ciò che rende delicato e finanche poetico il testamento olografo.
Ed anche l’operatore del diritto più intransigente, che ha sudato nell’interpretare tanti ‘rebus olografi’, che ha auspicato tante volte in cuor suo l’abrogazione dell’olografo per evitare i frequenti abusi cui si presta da parte di eredi senza scrupoli che vogliano conculcare od orientare la volontà del testatore, si ricrede e si converte alla delicatezza del testamento olografo.
A volte poi lo stacco che separa la nobiltà d’animo del testatore dalla pochezza morale dei vivi, diventa abissale, fino a sfociare in farsa.
Ed ecco, quindi, gli eredi in ‘disaccordo’:
“Dottore ci sono in entrata due persone con un testamento in mano…mi dicono che non sono d’accordo con il morto”;
Il garbato erede della ‘cortesia’:
“Notaio mio padre è morto. Lei può farmi la cortesia di fare un documento con le volontà di mio padre scrivendo che è andato a prenderle mentre lui era in ospedale?”
“Mi sta chiedendo di fare un falso?”
“No, le sto chiedendo solo una cortesia”;
L’erede ‘ingegnoso’:
“Notaio buongiorno, vorrei sapere come si fa a modificare il testamento.”
“Semplice, basta farne uno nuovo. E’ lei che deve farlo?”
“Sì, dovrei modificare il testamento di mio fratello che è morto a maggio 2015”;
E gli eredi ‘previdenti’, che non vogliono essere in ritardo:
“Notaio, di quali documenti ha bisogno per l’apertura di un testamento?”
“Estratto dell’atto di morte, testamento e documenti degli eredi.”
“Il testamento e i documenti li abbiamo, il certificato di morte ancora no, ma lo zio è molto grave”.
Ma quando sei stanco di questa roba e di questa gente e ad un certo punto credi che l’olografo sia meglio abolirlo, per evitare falsi e difficolta interpretative, farse e furbetti, liti e cause che durano più della vita dei litiganti, ne sei convinto, sì, perché è meglio così e basta, un giorno limpido di maggio, nel tuo studio, entri in sala riunioni e trovi una garbata signora, elegante, con un sorriso raffinato e malinconico ed una luce negli occhi che il dolore ed il passare del tempo non sono riusciti ad offuscare.
E’ lì per l’apertura e la pubblicazione del testamento olografo del marito col quale ha condiviso 55 anni della sua vita.
E così inizi la lettura di un verbale che avrai difficoltà a portare a termine, ma in quel momento ancora non lo sai.E’ un testamento olografo breve, intenso, pieno di amore per la vita, la cui parte finale suona così:
“Termino dicendo che spero che qualcuno si ricordi di me per quel poco che avrò fatto di buono; voglio solo confermare che ho amato mia moglie dal primo momento che l’ho vista, nel lontano 1960 e che è sempre stata il conforto della mia vita”.
Concludi la lettura con la voce rotta, gli occhi liquidi ed un brivido che ti attraversa la schiena. Ti stacchi dal foglio e alzi lo sguardo. La signora è in lacrime, i testimoni pure e la tua impeccabile impiegata fa appena in tempo ad asciugare una goccia che le solca il viso.
A fine di giornata spegni tutto, chiudi i battenti e senti di star meglio. Stai meglio.
Più leggero, inforchi la strada di casa.Ti senti pieno di vita, e non sai perché.
Anzi lo sai, lo sai bene: è la delicatezza di quell’olografo che ti è rimasta dentro.
Comprendi in quel preciso momento che il testamento olografo è uno scrigno da custodire: nessun testatore avrebbe mai dettato quelle parole ad un notaio pregandolo di inserirle nel suo testamento pubblico.
Il pensiero va a quella pagina de “I Miserabili” in cui Victor Hugo si prende gioco anche di te, con la malcelata raffinatezza che spesso hanno i grandi: “quale trasfigurazione l’amore! Gli scrivani dei notai diventano dèi”.

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