L’intervista. Rudy Maira, una passione chiamata politica

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Se volete conoscere chi ha masticato pane e potere, citofonate al terzo piano di uno studio legale di via Sardegna. Se volete parlare con chi, negli ultimi quarant’anni di vita politica, è rimasto a galla anche quando hanno cercato di affondarlo a suon di avvisi di garanzia e accuse di pentiti, chiedete di Rudi Maira. All’anagrafe Raimondo Luigi Bruno. Do you remember Maira? Certo che no, risponderebbe oggi la new generation sfiduciata dalla politica e incline al populismo, fedelissima al partito del #nonvoto. E vagli a dare torto ai tempi della crisi, di lavoro e di valori. Il barone democristiano ha 70 anni, metà dei quali vissuti nelle stanze del potere. Protagonista delle scene, e dei retroscena, del Risiko nostrano e isolano. Deputato nazionale e regionale in varie legislature, per due volte sindaco, consigliere comunale. E poi mattatore nelle aule di giustizia, da avvocato ma non solo. Indagato, imputato, una pendenza alla Corte dei Conti per l’affaire “rimborsopoli” all’Ars, ma assolto più volte. L’ultima vittoria: uscito innocente, come chiedeva la Procura, dall’accusa di una maxi evasione fiscale. Rudi odiato, amato, chiacchierato.
A proposito, avvocato. Il potere logora chi non ce l’ha. Realtà o fantascienza?
È un’affermazione in parte vera ma non è essenzialmente la verità. Dipende come hai interpretato il modo di fare politica e l’ambito in cui ti sei mosso. Io l’ho fatto con tanto impegno, così come nella professione, e ho basato tutto sull’amicizia. Tenendo lontani i falsi amici, che erano tali quando speravano e ottenevano qualcosa, ma tutti gli altri non si sono preoccupati di ricevere.
Amici fedelissimi, al di là delle brutte e delle belle stagioni.
Gli amici mi sono sempre rimasti, sia nei momenti di grande presenza politica ma anche nei momenti di difficoltà o di decadenza, oppure quando si sono verificate situazioni che mi hanno messo da parte. È vero, ci sono stati momenti in cui ho gestito grande potere, che non sempre è coinciso col ruolo di deputato. Ricordo quando, neanche quarantenne, ero contemporaneamente sindaco di Caltanissetta, presidente dell’Ordine degli avvocati, legale unico e membro del Cda della Banca Popolare Siciliana. Molto potere ho continuato a gestirlo, il resto l’ho perso. Voglio ricordare che durante il mandato parlamentare, al di là della caduta della Prima Repubblica, ho avuto delle difficoltà giudiziarie ed è trascorso un decennio prima di essere assolto.
Gli anni d’oro della Dc, tra santi e falsi dei…
I primi mesi quando tornavo da Roma ricevevo gli amici in segreteria il sabato, fino al pomeriggio. C’era chi mi aspettava sulle scale per parlarmi. Si coltivava parecchio il rapporto personale. Da deputato regionale, negli ultimi anni, ho gestito molto potere politico prima con l’Udc ai tempi di Cuffaro e poi come capogruppo di Pid-Cantiere Popolare. All’Ars contavo molto così come nelle conferenze dei capigruppo, la mia convinzione aveva un peso. Non dico che i colleghi mi seguivano, ma sicuramente non si mettevano contro. Oggi è questo che mi manca della politica, come sento molto l’assenza dal Consiglio comunale di Caltanissetta.
Dica la verità, scalda i muscoli per ritornare nell’arena?
Attenzione, ho detto che mi manca l’aula consiliare non la sindacatura. Non ho più l’età né la forza per amministrare. Per farlo bisogna essere giovani e gagliardi. Durante la mia Amministrazione ho dato risposte di modernità alla città, penso alla soluzione della crisi idrica, al servizio di nettezza urbana, abbiamo lottato per il nuovo stadio. Ammetto che alcune cose le ho fatte male. E ho il rimpianto di non essere stato rieletto alla Regione nel 2012 e l’anno dopo al Senato.
Erano tempi nei quali la politica aveva il potere di dare risposte, offrendo perfino opportunità di lavoro…
Se dovessi fare una valutazione e mettessi in fila tutte le persone che con la mia attenzione sono state sistemate, arriveremmo fino alla Cattedrale. Badi, lo facevano tutti. Erano sicuramente altri tempi, periodi di fortuna in cui potevi raccomandare qualcuno, quasi sempre nel privato. Le aziende lavoravano, se capitava di segnalare qualcuno mica prendevano tutti. Non ho mai promesso posti di lavoro, tant’è che il rapporto l’ho mantenuto con chi non riceveva risposte. Come non ho mai preso in giro i giovani, perché rischi di creare aspettative, mortificare le loro sensibilità. Ed essendo giovani te li ritroverai contro per tutta la vita.
Quindi anche la raccomandazione, per un democristiano purosangue come lei, non è più quella di una volta.
Fino a sette anni fa molti amici venivano per chiedere promozioni e trasferimenti. Poi sono venuti per cercare un’occupazione per i figli e i nipoti, poi per bisogno. Persone che, con grande dignità, ti chiedono di prestargli 50 euro. E sono consapevole che quei soldi non li riavrò indietro. Il degrado sociale si percepisce anche da queste situazioni. Non so se erano migliori i tempi di allora o questi, però dico che prima c’era molta più solidarietà e sussidiarietà. I politici che continuano a promettere posti di lavoro finiranno male, perché oggi la gente reagisce votando alternative politiche o, peggio, fisicamente.
Quanto conviene governare una città in crisi come Caltanissetta?
Siamo veramente col popò per terra. La città negli ultimi anni è vittima di una serie di errori amministrativi, strafottenze e insufficienze. Ma le colpe non sono soltanto dell’attuale sindaco, lui forse sta esagerando. Non basta la buona volontà di uno, qui occorre un impegno decennale e collettivo della città, dei suoi strati sociali. Al di là delle posizioni politiche, occorre ripartire dando risposte eccezionali. Sindaco, assessori e consiglieri comunali devono entrare in Municipio la mattina e uscirne la sera. Ma non bastano solo i programmi insulsi imposti dalla legge. Servono amore per la città, impegno per la politica e un progetto. Insomma, darsi un orizzonte e impegnarsi per obiettivi fattibili. Col giusto equilibrio tra giovani innovativi e adulti d’esperienza. Negli ultimi quindici anni, alcuni sindaci di Caltanissetta hanno interpretato la loro funzione come trampolino di lancio per candidarsi a deputato. Non va bene, perché gli interessi della città sono altri e più complessi. Ma come dovrebbe ricrescere la piccola Atene? A me sembra la piccola Nairobi…
Per dirla con Andreotti: eccetto le guerre puniche, l’hanno accusata di tutto. Si sente un perseguitato dalla magistratura?
Che ciò sia frutto di un pensiero giustizialista no, ma che tutto ebbe inizio quando cadde la Prima Repubblica e Tangentopoli imperversava al Nord e “mafiopoli” in Sicilia, ritengo di sì. Prendiamo le telefonate fatte poco prima della strage di Capaci per le quali sono stato assolto. Oltre al pentito sono state le indagini dei poliziotti, prima promossi e poi sputtanati, che hanno deviato la vicenda. Leggendo i rapporti, si capisce chiaramente che in questa storia mi ci hanno voluto infilare. Un pubblico ministero di prestigio quale è Luca Tescaroli, all’apertura del processo per l’eccidio di Falcone, ebbe il coraggio di dire che io ero estraneo a tutto. Ma ho vissuto anni di inferno prima che la magistratura, o certa magistratura, affermasse ciò.
E tutte le altre inchieste a suo carico?
Il resto è avvenuto per conseguenza. Per anni, quando spuntava un pentito gli chiedevano “cosa sai su Maira?”. Fortunatamente non sapevano dire nulla. Nella mia vita mi sono fatto tanti amici e molti nemici, militando in una posizione politica sbagliata. Anche dalle nostre parti ci sono stati una serie di emergenti che volevano abbattere molti totem, e io ero tra questi perché ero sempre vivo nonostante tutto. Quindi, se si poteva fare un piacere ai nuovi poteri cercando di eliminarmi… Ma tutto s’è chiuso perché era giusto così, non c’era nulla contro di me. Penso che chi abbia un ruolo politico non debba sentirsi perseguitato e mai deve protestare se ci sono delle indagini. Anzi, sarebbe giusto evitare due pesi e due misure e che le inchieste vengano fatte periodicamente nei confronti di deputati e coloro che amministrano la cosa pubblica. È corretto che i controlli di legalità non siano sporadici e individuali, ma siano puntuali e pressanti così tutti possiamo sapere con chi abbiamo a che fare. Altrimenti sì, diventa persecuzione.