Un caso di cronaca giudiziaria dell’Italia degli anni 70. l’intricata vicenda dei frati di Mazzarino

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La recente lettura del libro di Renzo Gatto I monaci di Mazzarino. Una storia senza innocenti – che segue quella ormai di qualche anno fa di Francesco Frasca Polara La terribile istoria dei frati di Mazzarino (Sellerio, 1989) – mi da l’occasione di tornare sulla controversa vicenda che investì, negli anni Cinquanta-Sessanta, la comunità di Mazzarino, balzando alla ribalta della cronaca nazionale. Lo spunto me lo da anche la rilettura di alcuni articoli sulla vicenda, che uscirono negli anni Settanta, nelle pagine di quello straordinario giornale che fu L’Ora di Palermo. La firma era quella di un giovane cronista, destinato poi a diventare una delle più prestigiose penne del giornalismo italiano: Marcello Sorgi. Il padre Nino, socialista e avvocato illustre del foro di Palermo, aveva difeso la famiglia Cannada, costituitasi parte civile. Uno di quegli articoli, dell’ottobre 1976, ha per titolo C’era una volta una gang col saio a Mazzarino, scritto in occasione dell’uscita dal carcere, dopo ben diciassette anni, di uno dei condannati, Girolamo “Mommo” Azzolina, tornato a Mazzarino all’età di quarantatré anni (quando fu arrestato ne aveva ventisei). L’accusa per lui era quella di aver partecipato all’uccisione proprio del possidente Angelo Cannada.
Un caso giudiziario (ma anche morale e religioso), quello dei frati di Mazzarino, che coinvolse persino esponenti di primo piano dell’allora politica nazionale (tra questi gli onorevoli Dc Giovanni Leone e Giuseppe Alessi, quest’ultimo avvocato del collegio di difesa dei cappuccini).
Un’intricata vicenda di estorsioni, con morti, violenze, minacce, suicidi, il cui tragico “palcoscenico”, metaforicamente, furono le mura di un convento di frati dell’Ordine di San Francesco. Una storia talmente intrecciata che, ancora oggi, – come confermano le stesse letture dei citati libri – resta senza risposte certe, tanto da trasformarsi in una sorta di “leggenda nera”, entrando persino nei fatti di folklore di questa nostra terra, e soprattutto di Mazzarino. “Pensi a Mazzarino e ti vengono subito in mente, come per associazioni di idee, i frati, il convento, la lupara”, scriveva Sorgi in quell’articolo.
Il giovane cronista, arrivato nella cittadina del nisseno, in quel giorno del ‘76 (allora Mazzarino contava circa 15 mila abitanti) trovava in convento i frati Giustino, Deodato e Giacinto; quest’ultimo avanti negli anni, malato, e che trascorreva gran parte delle sue giornate tra preghiere e letture nella grande biblioteca del convento. Erano solo in tre adesso i frati del convento. “Non sarà per via di quel processo?”, domandava il giornalista. Rispondeva frate Giustino: “Non credo che furono i monaci; fu la stampa che ha avvelenato l’ambiente, come forse lo avvelenate anche voi”. Gli fa eco frate Deodato: “Ricordo quante copie vendevano i giornali, avremmo fatto meglio ad ascoltare l’avvocato Alessi, querelare la stampa dovevamo. Al processo di Perugia c’era da soddisfare l’opinione pubblica, i monaci sarebbero usciti incolumi se non gli avessero aizzato contro la gente”.
Ma, per ritornare alla scarcerazione di “Mommo” Azzolina, spunto dell’articolo di Sorge (aveva fatto diciasette anni di carcere tra Perugia, Augusta, Spoleto e Caltanissetta), era ormai molto stanco. Diceva di ricordare poco della vicenda. Senza tanti entusiasmi, sperava di rifarsi una vita, lavorare, magari come contadino o muratore. “Ero innocente – continuava – ho sopportato tanti anni di carcere con la forza della rassegnazione. Ora è come se mi avessero tolto un chiodo dalla schiena”. Si era trattato, per l’accusa, di una delle figure banditesche centrali della vicenda, che aveva operato d’accordo con i frati. Le vittime erano state alcune tra le famiglie più in vista del paese: i Bartoli, i Bonanno, il farmacista Colajanni, lo sfortunato cavalier Cannada, che ci aveva lasciato le penne. I monaci si presentavano spesso nelle case di queste ricche famiglie per la solita questua, rivelando loro di essere in pericolo di vita e che era meglio pagare le estorsioni spesso richieste attraverso sgrammaticate lettere anonime. Diverse di queste missive erano pervenute proprio allo sfortunato Cannada, che non aveva voluto pagare.
In un giorno del maggio ’58, mentre con la famiglia, a bordo della sua Fiat 600, ritornava in paese da una giornata passata nei suoi possedimenti, veniva fermato da due banditi, volto coperto, che dopo averlo fatto scendere dalla vettura e allontanare per qualche decina di metri, tra le frasche, gli esplodevano dei colpi di fucile nelle natiche. Diranno poi, in sede processuale, che il loro intento era solo intimidatorio. Fatto sta che una delle pallottole recideva al possidente l’arteria femorale. I soccorsi tardavano ad arrivare e il povero cavalier Cannada moriva per dissanguamento, sotto i ferri in ospedale; senza fornire elementi utili alle indagini. Le richieste di estorsioni verso quella famiglia, tuttavia, non si fermavano a quel tragico episodio. La vedova, qualche tempo dopo, doveva pagare ben due milioni di lire, consegnandoli personalmente ai frati “intermediari”.
Ma, la lista dei morti non si sarebbe fermata al solo Cannada. Il secondo era un contadino, certo Menetti, testimone di un furto di bestiame ai danni dell’agricoltore Bonanno, quale risposta per non aver pagato una richiesta di estorsione. Avevano trovano il contadino in un fazzoletto di terra, con le mani legate dietro la schiena e un pezzo di bastone in bocca; segno del silenzio che portava con sé nell’oltretomba. A Calogero Cravotta, discusso personaggio della malavita di Barrafranca (paese vicino a Mazzarino) gli era stata invece mozza di netto una mano. Disse insistentemente agli inquirenti che lo interrogavano, che si era trattato dell’esplosione, addirittura, di una bomba.
La lunga scia di morte arrivava poi anche per Calogero Lo Bartolo, il giardiniere del convento – a quanto pare il capo della banda malavitosa – questa volta però a causa del suicidio avvenuto nella propria cella; lo avevano trovato impiccato prima che si arrivasse al verdetto processuale.
Il processo che era seguito a quell’intricata vicenda non poteva che diventare una questione giudiziaria nazionale, da riempire le pagine di cronaca dei giornali, tra innocentisti e colpevolisti.
Gli imputati non religiosi, facenti parte della banda criminale, sostennero sempre di aver operato in concorso con i monaci che invece si dichiararono sempre innocenti. Ed in effetti, una prima sentenza assolse i frati. Ma fu una vittoria fatua. L’ultimo appello condannò i monaci a otto anni di reclusione e da ventiquattro in giù per Azzolina e quelli della banda.
Frate Carmelo, il più anziano, morì a ottantasei anni, nel 1964, a processo in corso, i frati Venazio e Agrippino, dopo lo sconto della pena, ridotta da vari condoni, uscirono nel gennaio ’69. Il primo andò ad insegnare, per un certo periodo, catechismo a Modica e morì nel ‘78, il secondo si stabilì, quale missionario, nell’isola di Santo Domingo dove si occupò di alcune parrocchie e di una scuola. Prima di partire per quelle terre lontane disse che mai più avrebbe messo piede in Italia “terra di ingiustizia”. Morì nel 1995. Intanto l’oblio era calato sulla controversa vicenda dei frati di Mazzarino e solo i libri pubblicati sul caso sono tornati, di tanto in tanto, a ricordarcela.