Aldo Rapè, un sigaro ed un caffè per raccontare progetti e pensieri

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Piove, una pioggia di ottobre che accarezza il viso, l’aria è ancora calda ed è già sera. Una domenica sera. È sempre piacevole l’idea di una chiacchierata con Aldo Rapè, per la bellezza del tratto, per l’ironia del tono, per la profondità ed al tempo stesso la leggerezza dei contenuti. Un artista che si nato a Caltanissetta nella quale torna e dalla quale non si stacca, ma che ha spiccato il volo professionale tra la Puglia e Roma. Sarà un pallino, ma citare l’accademia Silvio D’Amico è sempre un piacere, perché nel percorso di un attore è come un bollino di qualità una sorta di marchio dop. Arriva puntuale, giacca jeans, e sorriso sempre sorridente. Ha una nuova idea in cantiere, ne volgiamo parlare, in realtà scopriremo che le idee in cantiere sono numerose anche con produzione importanti. Rapè ha iniziato a fumare il sigaro, un pò come gli attori impegnati, e per questo sceglie di sedersi ad un tavolino di un bar, all’aperto. Forse l’odore così intenso e travolgente del toscano aromatizzato al caffè lo aiuta a raccontare meglio dei suoi pensieri dei suoi progetti, del teatro. Si perché il teatro è sempre il suo primo amore poi come tutti professionisti qualche incursione altrove non guasta . Il film di Pif , ultima divagazione poetica di un artista poliforme. Si perché lui si definisce un artista non un attore, infatti nell’ultimo spettacolo che sta scrivendo, sua sarà regia ed interpretazione. Si chiama Pinuccio la prossima messa in scena, una fiaba siciliana in cui lo sfondo è la miniera e la vita di una famiglia, dove c’è un bambino che fa il “Caruso” che ogni giorno scende giù nelle viscere della terra. In realtà la passione per le miniere nasce da una tradizione familiare, l’odore dello zolfo ce l’ha nel sangue Aldo Rapè, così come molti nisseni.
Ciascuno all’interno della famiglia ha un parente minatore, ma spesso molti di più, il nonno dell’attore nisseno fu un “Caruso” di miniera il padre di suo padre, è lui “Pinuccio”. Un bambino che guarda il modo dal basso verso l’alto, per risalire in superficie e riscendere. È la storia di ognuno di noi che ha sempre comunque un motivo per scendere giù e risalire, sembra essere il moto armonico dell’esistenza. Sarà teatro di narrazione. Il palco ospiterà una sedia, un occhio di bue, e l’attore che non sarà il protagonista bensì il narratore ed infine le parole, prime donne assolute, le regine di una scena estremamente minimalista, questo è il teatro di narrazione quando l’attore fa un passo indietro rispetto alla storia nell’interpretazione e l’affabulazione diventata racconto. Questo l’intento di Aldo Rapè nella scrittura di “Pinuccio”. In realtà non sarà lui “Pinuccio” ma racconterà la storia del bambino e di tutti i comprimari o coprotagonisti che ne faranno parte. Niente di troppo triste tiene a precisare ci sarà anche ironia e tanta verità nell’essenza del teatro di ricerca anche se le etichette ad Aldo non piacciano, certo non ama il teatro classico quello con la voce impostata e la battuta perfetta, nonostante nella sua carriera abbia fatto anche Shakespeare ha provato tutto e poi ha scelto cosa gli è piaciuto di più. Le sue scelte sono state apprezzate, il premio ad Avignone per “Mutu”, Avignone è uno dei più importanti premi per d’Europa, gli ha fatto da battistrada per aprire le porte del teatro francese, dove torna per le sue tournée ed una partirà proprio mentre scriviamo. Pinuccio sarà messo in scena sabato 12 e domenica 13 Novembre all’ex macello ovvero al centro culturale polivalente Michele Abbate, anche la scelta dei luoghi non è mai casuale, la prima mise en space di Mutu, fortunatissima, fu allestita proprio alla sala Beckett del Michele Abbate e quindi come una sorta di rito propiziatorio ai percorsi canonici Rapè, l’artista, preferisce sempre quelli collaterali dove il teatro, la parola ed il pubblico si fondono assieme, teatro interattivo lo chiamano quelli che ne capiscono tanto. Nella chiacchierata che continua tra un sorso di birra ed un tiro di sigaro mentre la pioggia si fa più forte ci spiega cos’è per lui la ricerca :”Emozionare” emozionare il pubblico ed emozionarsi l’essenza del suo mestiere. Ma non ci sono solo miniere nei progetti a breve termine, infatti è stato inserito in cartellone al Margherita su scelta di Moni Ovadia con una nuova scrittura sulla vita, una parte della vita di Sandro Pertini. Adesso si passa al teatro civile, quello delle battaglie per la libertà, un ‘incartamento un incontro ed il desiderio di raccontare la storia di uno dei padri della patria che diventò il presidente della Repubblica più amato di tutti i tempi, perché lui in quella Repubblica che rapprentava ci aveva creduto veramente. Una partitura scenica scritta a quattro mani con suo fratello Giuseppe e l’orgoglio di portare la Margherita una storia che corteggiava da tempo. Ma il lampo negli occchi del nostro interlocutore si accende, quando comincia a parlare di come è nato lo spettacolo e di una serie di coincidenze strane, positive che non racconteremo per rispetto dei protagonisti, che hanno facilitato accompagnato la collazione dello spettacolo, come se qualcuno facilitasse il percorso. Lo spettacolo ha ottenuto il consenso della famiglia Pertini che sarà presente alla prima a febbraio al Margherita . Il desiderio di dire di condividere è forte si percepisce dal tono dalle parole, ma la riservatezza della scrittura prede il sopravvento dunque poco atro ci ha detto rispetto a Pertini, storia di un partigiano presidente, che ha accesso ancora di più la curiosità di capire consa sarà messo in scena e soprattutto come. E poi come un papà parla del suo bambino il tono cambia sul progetto della “Stanza dello Scirocco” . Cos’è la Stanza dello Scirocco? Un piccolissimo luogo dove si fa cultura. Un appartamento acquistato in centro storico da Rapè dove in una stanza piccola pochi spettatori per qualche sera al mese assistono ad esibizioni che vanno dal a teatro alla musica. Un rifugio per l’arte in purezza, per sentire il calore e le emozioni fisicamente da vicino per non disperdere il senso delle cose, un pò come quando un tempo ci si riuniuva intorno alla fiamma scoppiettante di un camino e gli anziani i saggi raccontavano le storie romantiche o spaventose per emozionare per far ridere o piangere per muovere i sentimenti ecco questo e il senso della “Stanza dello Scirocco” scendere quella ripida scaa che conduce al portone sentendosi diversi o come dice Rapè pensando che il teatro può cambiare le idee. La musica sarà la protagonista di una mini rassegna musicale, si esibiranno Patrizia Campisi, Cesare Livrizzi, Sergio Zafarana, Davide Campisi.
Ognuno ha il suo modo di stare al mondo quello degli aristi sembre essere come se avessero dentro delle ossessioni, qualcosa che li morde e allora scrivere, rappresentare serve a spargere le idee affinchè comincino a mordere il cervello altrui, per liberarsene e continuare a farsi ossessionare da altro, cosi in un vortice, in un circolo virtuoso che è la creatività e più ci si allontana dalla verità per capire la realtà, più si è vicini all’essenza della verità stessa per questo il teatro è finzione ma l’attore è l’interprete della verità.

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