Monica Scifo, figlia contro le mafie. “Il coraggio di rinnegare un padre-padrino”

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Cose nostre di famiglia. Mentre l’intervista a Riina jr divide l’Italia, a Niscemi una ragazza ha ripudiato il cognome del genitore che uccise la madre Patrizia

CALTANISSETTA – (di Valerio Martines) Un rampollo che osanna il papà boss dei boss. La ragazza che rinnega il padre-padrino. Quant’è contraddittoria la Sicilia. Quanto sono diversi Salvuccio e Monica.  Quant’è contrapposta la loro visione della mafia, dell’antimafia e delle icone di questi mondi che convivono nella stessa terra. Corleone-Niscemi, pianeti che potrebbero non incontrarsi mai. Se nel salotto di Bruno Vespa il figlio di Riina ha raccontato un ritratto di vita familiare sereno, regalandoci una fotografia di un papà affettuoso omettendo di dire che ha seminato morte, in giro per le scuole c’è una ragazza  che va raccontando la storia di un padre mafioso che uccise sua madre quando lei aveva appena 8 mesi.  E che lei, Monica, ha ripudiato al punto da cancellare quel cognome: non si chiama più con imbarazzo Spatola, ma orgogliosamente Scifo.

1459979858-ansa-20160406194901-18459941E mentre l’Italia si divide sulla legittimità di quella intervista a “Porta a Porta”, creando un aspro dibattito tra sete di audience e infelice parentesi di giornalismo sulle domande non fatte a Riina junior, l’entroterra di Sicilia ci racconta la storia di una ragazza che il suo padre-padrino, piuttosto che inneggiarlo, lo ha rinnegato. Che fin da subito ha scelto da che parte stare. Monica è la figlia di Patrizia Scifo, la diciannovenne di cui non si sa più nulla dal 18 giugno 1983. Uccisa, rivelano i pentiti, da Giuseppe Spatola, l’uomo che amava e che quella stessa sera l’avrebbe strangolata, facendola sparire chissà dove. Ed è lui che decide di far uccidere 32 giorni dopo anche Vittorio Scifo, il padre di Patrizia, il famoso mago di Tobruk che lasciò i salotti della borghesia romana per cercare ossessivamente la primogenita svanita. Il cartomante fa troppe domande in giro. E va fatto fuori.  Nonostante l’arrivo della piccola Monica, resta un amore tormentato quello tra Patrizia Scifo e il picciotto della mafia niscemese affiliato al clan Madonia, che sarà assassinato un anno dopo durante la sanguinaria faida tra cosche degli anni Ottanta. “Padre? Un uomo che ha causato tutto questo male alla mia famiglia non posso che chiamarlo mostro…”, taglia corto Monica Scifo, oggi psicologa, madre di due bambini e moglie di un poliziotto. E vittima di mafia. Come la zia, Amalia Scifo, e la nonna Angela Erba. Sempre insieme, sempre a combattere. Sempre loro tre. Una storia di vita familiare e di trincea antimafiosa. Donne in tour per le scuole, l’ultima dove hanno partecipato ad un incontro con gli studenti è il Liceo scientifico “Alessandro Volta” di Caltanissetta, raccontando il loro impegno nell’associazione antimafia “Libera”, al fianco di don Luigi Ciotti. Ed è Monica a svelare ai ragazzi quanto dolorosa e in salita sia stata la sua vita da orfana. “Non ho mai fatto una passeggiata con quel papà mafioso. Lui cercava di portarmi a spasso soltanto per non farsi sparare, usandomi come scudo contro i killer che volevano ucciderlo”. Le parole di Salvuccio Riina in televisione? “Ha parlato di un padre eroe, dell’amore di un genitore che non può abbracciare per colpa dello Stato. Mio padre – dice un’agguerrita Monica Scifo – ha ucciso mia madre e la mia anima. Al figlio del capomafia manca la sua mano sanguinaria? Io sono cresciuta senza mia madre e la sua mano che non può più accarezzarmi. Io sono la prova che non è il Dna a decidere chi siamo, valgono le idee, i principi e quello che ciascuno sceglie di essere”. Come dire: la voglia di stare dalla parte dei buoni vince sulla genetica. Al di là di chiamarsi un tempo Spatola e oggi Scifo. Ma è stato opportuno intervistare Salvuccio, figliol prodigo condannato per mafia? “Assolutamente no. Per noi e per tutte le vittime della mafia è stato un durissimo colpo. Anzi, quell’intervista è stato un messaggio intimidatorio che il figlio di Riina ha lanciato ai pentiti.  Mi dispiace che la televisione e i giornali diano voce a questi criminali e non ascoltino quella di chi, come me, soffre sperando sempre nella ricerca della giustizia e della verità. Io, ad esempio, non smetterò mai di cercare il corpo di mia madre”. La grinta, certo, non manca a Monica Scifo. Anche se lo Stato, con i suoi colpevoli ritardi e le omissioni nell’inchiesta sulla scomparsa della mamma, le ha voltato le spalle piuttosto che tenderle la mano. Monica parla da figlia, ma soprattutto da madre che vuol tramandare ai suoi figli l’ostinazione di vincere una battaglia che ha lasciato sul campo migliaia di vittime innocenti.  Patrizia Scifo è una di queste. Morta. Monica Scifo è una di loro. Viva. “Oggi desidero continuare a lottare per fare la differenza tra chi si vanta di essere uomo d’onore e chi  ha il coraggio di ribellarsi e cambiare. Anche partendo dal cognome, come ho fatto io”. Già, la carta d’identità. Non è stato facile scrollarsi di dosso il cognome Spatola, per Monica. Le difficoltà di modificare perfino il nominativo sull’attestato di laurea. Un braccio di ferro snervante con la burocrazia. Ma, soprattutto, nessun rimpianto. “Cambiarmi il cognome è stato un sollievo, un segnale di rottura nella mia vita”. Parola della figlia di Patrizia Scifo. “Dovevo sentirmi libera, non la figlia di quest’uomo, anche se nelle mie vene scorre il suo sangue. E oggi incontro gli studenti, portando nelle scuole la mia testimonianza per dire che io sono diversa, che non sono figlia di un padre che non mi ha mai protetta, ma al contrario ha portato tanto dolore nella mia vita. Darei qualsiasi cosa per avere accanto mia madre Patrizia, anche solo per pochi istanti…”. Così parlò Monica, che nonostante le assenze della mamma e del nonno brutalmente strappate dalle pagine del suo romanzo familiare,  ha deciso di restare in Sicilia. “Tantissime volte ho pensato di andare via da qui, ma è qui che ho ricostruito la mia vita accanto ad un uomo che difende le istituzioni, che mi ama e protegge i miei figli”. Da troppo tempo il calendario scorre e Monica, come la zia Amalia e  lanonna Angela, non hanno una tomba sulla quale portare un fiore alla sfortunata Patrizia. Un oltraggio dopo l’altro. Non sono bastati gli appelli per far ritrovare i resti della giovane madre. Nessuna emozione ha tradito gli uomini d’onore sepolti dagli ergastoli e isolati dal carcere duro. Non sono bastate le lacrime di una figlia alla disperata ricerca di una madre per scrivere l’ultimo capitolo di questa dolorosa pagina di cronaca. Monica Scifo è una donna-madre-figlia che non intende mollare. Ed è per questo che ai ragazzi che incontra su e giù per l’Italia, nelle carovane antimafia, ai dibattiti, lancia lo stesso appello. Informatevi. Conoscete. Leggete. Guardate la tv, documentatevi bene su internet, sono i preziosi consigli di una bambina diventata presto adulta. Quando una compagnetta delle scuole elementari le svelò che la madre l’aveva abbandonata per scappare a far la bella vita in Germania. Maldicenze di paese. “È vostro diritto sapere, è un vostro dovere formarvi un’opinione su ciò che accade intorno a voi, nella vostra terra, sui meccanismi che muove la mafia, sulle tante vittime che si sono sacrificate per combatterla”, grida prima di commuoversi. Ed è nel loro ricordo che nessuna libreria in Italia ha deciso di far circolare il “verbo” stampato di Salvuccio. “In tutta l’Italia chi sono quelli che hanno vinto sempre? I corleonesi”, disse una volta Riina jr mentre una microspia registrava le sue vanterie. La storia ha scritto un’altra verità.