L’antimafia dei visionari e dei potenti

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imageUna volta la mafia si diceva che non c’era. Pertanto non poteva esserci l’antimafia. In pochi ammettevano che la mafia c’era. Per alcuni però era una cosa buona e quindi non c’era motivo di andarle contro. Altri dicevano che era una cosa cattiva e, siccome si ritenevano buoni, si definivano antimafia. La loro repulsione riguardava la mafia vera, incontrata e subita nelle campagne, lungo le strade, nella vita di tutti i giorni. Facevano antimafia pratica per differenziarsi da una società che accettava la mafia.

“NON sono un mafioso” era un argomento per spiegare perché qualcosa si faceva in un modo e non in un altro. Quelli che non erano “antimafia” dicevano di loro che erano esibizionisti, carrieristi, visionari, e via dileggiando. Ed erano consequenziali. Se la mafia non c’è o non ce ne si deve preoccupare, allora chi fa antimafia inventa e chissà che scopi persegue. Morti, stragi e altri danni dimostrarono che la mafia c’era, era entrata nelle istituzioni politiche e non solo. E che era una cosa cattiva.

Come stessero le cose non lo avevano compreso in tanti e alcuni di loro ne davano la colpa pure ai “visionari” che con quell’antimafia che non si capiva dove andasse a parare, avevano contribuito a fare solo confusione. A quel punto era certo che per essere buoni bisognava essere antimafia, ma cosa si dovesse fare per comportarsi nel modo contrario a quello tipico della mafia non sempre era chiaro. Essere antimafia divenne allora una premessa, non una conseguenza. Ma le premesse devono avere un contenuto. Se ne sono prive, da esse può conseguire di tutto. E rischiano di diventare giaculatorie recitate solo per ottenere grazie e potere. Io posso fare questo perché sono antimafia. Io non devo essere contestato perché sono antimafia. Io che sono antimafia, se sto al vertice di un’istituzione, un’associazione, un organo politico, stabilisco chi è affidabile per l’antimafia e chi no. Nasce così l’antimafia delle premesse senza le conseguenze. E non poteva che avere vita facile in un contesto sociale segnato da decenni (o forse secoli?) di ignavia nei confronti della mafia, vissuta come una delle possibili manifestazioni di potere con la quale si doveva cercare di fare i conti con le perdite minime e i massimi vantaggi. O Francia o Spagna, purché se magna. O mafia o antimafia, purché…

I più abili conoscitori delle dinamiche del mercato sociale hanno capito che l’antimafia poteva diventare più conveniente della mafia se riusciva ad accreditarsi come potere forte, legato da rapporti di solida amicizia con esponenti della politica o delle istituzioni; come il mafioso di paese otteneva rispetto perché passeggiava col sindaco, col parroco, col maresciallo e col barbiere, l’antimafioso 2.0 può esercitare potere su tutto sol perché in confidenza con ministri, magistrati e autorità. L’insofferenza nei confronti del potere dell’antimafia è stata talvolta espressa da chi era solo infastidito dal cambio di guardia e dalla retorica che l’accompagnava. Pavidamente e lanciando strali contro le colpe dei “potenti”, con la mormorazione rancorosa, quella che di solito consolida il potere di chi ne è destinatario, costoro lamentavano le strumentalizzazioni dell’antimafia. Ma a bassa voce, perché, così si diceva, chissà cosa potrebbe capitare se la voce la si alza poco di più. Il dibattito, ammantato abusivamente di evocazioni sciasciane, era ridotto allo scontro tra l’antimafia potente e l’anti-antimafia di chi si doleva di non essere potente. L’una preoccupata dell’altra e viceversa; mentre la mafia, quella vera, cercava di fare perdere le tracce di sé, confondendosi tra il mormorio delle folle o infilandosi nei palazzi dei potenti, anche di quelli antimafiosi. Da qualche giorno si replica. Come un tempo tantissimi scoprirono che la mafia esisteva davvero e non era solo una mormorazione, anche oggi tantissimi si trovano a scoprire che l’antimafia non può essere una narrazione abile ma deve essere uno stile di comportamento.

E anche stavolta in molti danno la colpa a chi non gliel’aveva detto e aveva il compito di stabilire la verità. Persino gli intellettuali che sono stati esperti nell’additare l’antimafia fasulla quando riguardava magistrati, associazioni di volontariato o esponenti di alcune parti politiche, e che erano stati un po’ più distratti quando c’era da guardare altre categorie, adesso vogliono spiegazioni.

Ma è possibile che in Italia tutto debba sempre dipendere dalle indagini giudiziarie?

Giovanbattista TONA – quotidiano “La Repubblica” edizione Palermo