La recensione di “Piccola Atene”. Giovanbattista Tona: “Trovate suggestive e sapienti astuzie narrative”

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CALTANISSETTA – “Lo presenteranno come un “noir” il romanzo breve che Salvatore Falzone ha ambientato a Caltanissetta e che ha intitolato “Piccola Atene”. E bisogna rassegnarsi: è più comodo alludere ai generi di moda che affascinano il lettore con i suoni suggestivi delle parole straniere. Ma questo agile racconto, di facile e appassionante lettura, potrebbe essere qualificato con tanti altri aggettivi offerti dalla lingua italiana, e chissà con quanti altri del dialetto siciliano.
È una storia opaca, intrisa di un pessimismo che si compiace di non avere spazio per alcuna speranza, e che nei più mefitici intrecci di poteri e millanteria ricerca un’intima coerenza all’irredento “sciascianesimo” dei giorni nostri.
Il personaggio principale del romanzo è Gaspare Lazzara, un giovane blogger curioso e squattrinato che – in mezzo alle conformistiche voci della stampa locale “accreditata” – vorrebbe raccontare i fatti al di là delle apparenze.
All’inaugurazione di un centro commerciale muore improvvisamente, mentre brinda con alcuni collaboratori, il cavaliere Alvaro, amministratore della società proprietaria. Lazzara non ci vede chiaro e indaga nei meandri del potere economico, politico ed ecclesiastico della sua Caltanissetta, per scoprire chi poteva aver voluto quella morte, in apparenza naturale. Dall’indagine il blogger ricava minacce e strane attenzioni, persino una preoccupante violazione di domicilio. Ma al contempo comincia a incontrare personaggi in un modo o nell’altro interessati a fargli sapere ciò che nessuno racconta pubblicamente, quasi che null’altro aspettassero che di incontrare un uditore dei loro inconfessabili segreti. Come gli dirà il consulente della curia vescovile, Arnone, strano personaggio disposto persino a pagargli un biglietto aereo per Roma pur di spiegargli segreti ed affari: “Nella nostra provincia tutti sanno tutto di tutti. Sa che vuol dire questo? Che non c’è bisogno che glielo dice lei, giovanotto. Non c’è niente che lei sa e che gli altri già non sanno”. Così Lazzara ricostruisce le opache alleanze tra i poteri della “piccola Atene”, le rivalità, gli scontri, le fratture nelle cordate e il consolidarsi dei nuovi equilibri. Infine sembra che ci riesca giusto perché i protagonisti di questi misfatti non vogliono lasciarlo nell’inconsapevolezza.
Sarebbe un giallo questo libro, se offrisse indizi su cui ragionare per giungere a comporre il quadro di un delitto irrisolto. Ma non lo è perché Lazzara non raccoglie indizi. Egli incontra gente che i fatti, piuttosto, glieli rivela: magari a proprio modo, filtrandoli nel caleidoscopio mistificante dell’ipocrisia tipica del potere.
Alla fine del racconto il lettore non scoprirà se le morti sulle quali si interroga Lazzara siano effettivamente degli omicidi e nemmeno potrà avere le prove di chi li abbia commessi; intuirà, dedurrà, immaginerà ciò che via via gli interlocutori del blogger hanno voluto fargli immaginare. Eppure il filo della storia condurrà Lazzara a divenire sempre più informato sulle cose che tutti già sanno sanno e progressivamente a far parte del giro indefinitamente ampio di coloro che sanno e che non dicono perché gli altri non hanno bisogno che glielo si dica.
Dotato di uno stile accattivante, capace di non poche trovate suggestive e di sapienti astuzie narrative, Falzone ha dipanato una trama che ammicca e che coinvolge. I personaggi, i luoghi, i contesti e i più curiosi tic della Caltanissetta dei nostri giorni vengono somministrati con ritmo, con ironia e qualche volta con feroce oggettività. I nisseni potranno riconoscervi comportamenti, espressioni e abitudini di personaggi reali; vi ritroveranno la Strata ‘a foglia, la via del mercato, con le bancarelle, gli umori e il venditore di pane e panelle che ha finito i tovaglioli e incarta con il giornale del mattino; vi riconosceranno un noto salone da barba che, a dire del suo titolare, è un pezzo di storia, perché “qui dentro ci sono passati tutti”.
Di questa provincia orgogliosa e marginale, pigra e involontariamente strategica, Falzone preferisce stagliare figure tutte inquietanti e tutte maestose sugli sfondi caravaggeschi di un’opaca coltre doppi fini e doppie morali. E non c’è spazio per i miti, gli onesti, gli idealisti: tutti illusi.
Nemmeno il protagonista, suo alter ego, lo è, nonostante egli si spacci per un duro e puro: fin dal secondo capitolo si apprende che se fa il giornalista d’inchiesta è perché deve vendicarsi di alcuni politici per i quali aveva fatto persino l’attacchino e che lo avevano preso per i fondelli. Solo l’avvocato Bartocelli, un anziano legale con studio in centro storico, sembra salvarsi. Meglio così. Almeno uno.”

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