La differenza tra professionisti e carrieristi dell’antimafia

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Paolo Borsellino e Leonardo Sciascia
CALTANISSETTA – LA MAFIA, che nasceva dalla feudalità e ne assumeva la forma». Così Leonardo Sciascia condensava l’intuizione di don Pietro Ulloa, procuratore di Trapani sotto i Borboni, il più antico e il più moderno degli osservatori del fenomeno criminale che lo scrittore di Racalmuto racconta in «Storia della mafia».
Pubblicato nel 1972 su “La storia illustrata”, diffuso rotocalco della Mondadori, questo saggio breve rivede la luce per inaugurare la nuova vita del glorioso marchio editoriale “Barion”. Sciascia lo scrisse quando ancora in Sicilia convivevano – talvolta nelle stesse aree culturali – i dubbi circa la reale esistenza della mafia e la convinzione che ad essa era inutile opporre alcuna resistenza. Figlia dei paradossi isolani, la mafia si propone come una sofistica combinazione di infingimenti e di imposture, il cui risultato non sempre poteva essere inquadrato in categorie ma che certamente un acuto narratore poteva raccontare.
Il mafioso non può essere feudatario, perché nella scala sociale sta altrove, tuttavia può replicare la forma del potere feudale; e al contempo per comportarsi come il signorotto che non è, ne riesce a cogliere l’essenza più profonda, ne declina le caratteristiche nei più diversi contesti, ne impara a replicare, se del caso reinterpretandoli, i metodi di soggiogamento dell’ambiente che lo circonda. E così può essere e, quando vuole, non apparire; oppure può apparire quello che non è.
Sciascia descrive la sapiente (seppur diabolica) abilità della mafia nel sintetizzare potere e mistificazione. Un’abilità che le ha consentito di attraversare nei secoli i più diversi assetti politici e le più varie rivoluzioni economiche, trovando sempre un’adeguata collocazione e delle congrue rendite; e che ancora oggi, nel mondo globalizzato e post-moderno, le offre interessanti prospettive di vita. Tornare a Sciascia significa provare a replicare un metodo. Ripartire dall’impegnoa raccontarea noi stessi la mafia come è, come concretamente si manifesta in un mondo che cambia, mettendosi in gioco con onestà intellettuale, senza impigrirsi su pregiudizi, senza farsi confondere nel prisma delle semplificazioni culturali, e, se necessario, riconoscendo la superiorità della buona letteratura sulla scienza e sul diritto.
Per fare l’antimafia bisogna sapere capire la mafia cos’è, dov’è e che fa: adesso, non ai tempi dei mafiosi che frattanto sono entrati nei libri di storia o nelle patrie galere.
Fare l’antimafia non è allora una cosa facile. È un impegno anzitutto culturale, profondo e laborioso, che non si può improvvisare per assecondare un’emozione, per apparire politicamente corretto o peggio perché se ne può cavare un utile.
Viviamo l’epoca del pressappoco e tutti siamo più o meno antimafia.
Persino gli imputati di associazione mafiosa ammettono che la mafia esiste ma dicono che loro non ne fanno parte; anzi sono d’accordo sul fatto che bisogna perseguirla.
Sciascia che additava nei professionisti dell’antimafia il rischio di un’altra élite capace di replicare la forma di un potere arbitrario occultato sotto nobili bandiere, oggi dovrebbe assistere ad un fenomeno molto esteso e molto più complesso di quello che, pure con grande anticipo, aveva intuito.
Nel suo famoso articolo del 10 gennaio 1987 aveva segnalato come esempio «attuale ed effettuale» dell’antimafia come strumento di potere incontrastato e incontrastabile la nomina di Paolo Borsellino a Procuratore di Marsala a preferenza di altri magistrati anche più anziani.
La storia di Borsellino (quella che Sciascia non poté scrivere) ha dimostrato la differenza tra i professionisti dell’antimafia e i carrieristi dell’antimafia; i primi, checché ne dicesse Sciascia, sono quelli che la mafia la contrastano veramente, con competenza e con sacrificio, i secondi, che talvolta appaiono professionisti ma hanno la quinta elementare in materia di antimafia, contrastano la mafia senza rischi e con vantaggio o addirittura chiacchierano, pontificano e basta così… Senza professionisti l’antimafia efficace non si può fare; poi bisogna sperare che questi non diventino carrieristi. Ma dovrebbero destare più preoccupazione i carrieristi senza professionalità, che pure sanno fare un’antimafia utile. A se stessi.
(Giovanbattista Tona – pubblicato su Repubblica del 26 aprile)

12 Commenti

  1. se una persona acuta ed onesta intellettualmente ha sollevato il problema è perchè evidentemnte il problema esiste….. e del resto tutti noi sappiamo che esiste…….

  2. Il carrierista dell’antimafia è presente in ogni settore sia pubblico che privato e lo noti subito perché è proprio quel personaggio che non fa che fregiarsi di questo “certificato d’idoneità” in qualsiasi occasione.
    Sarò qualunquista ma ci azzecco sicuramente.

  3. Leonardo Sciascia ha dato una lettura lucida della società siciliana in cui ha individuato i cosidetti “professionisti dell’antimafia”, il Dott. Tona ha dato una lettura altrettanto lucida della nostra società, operando un doverosdo distinguo, ma secondo me occorre specificare che oltre ai professionisti che contrastano la mafia e i carrieristi che hanno trovato nella mafia un fertile humus per il proprio tornaconto, c’è, all’interno della nostra società, un’altra categoria che utilizza l’antimafia per l’accrescimento del proprio potere personale arrivando, talvolta, ad attuare anche comportamenti “mafiosi” e specifico, comportamenti non certamente malavitosi ma sicuramente prevaricatori e tendendenti al perseguimento di forti interessi personali.

    • Caro Roberto hai ragione, ma Tona ha proprio fatto riferimento a ciò che tu hai scritto in coda al tuo intervento. Proprio nella nostra provincia abbiamo grossi esempi e dai tanti racconti sentiti non credo che tali comportamenti non tocchino la sfera “penale”. Ci sono decine di persone che hanno subito attacchi e minacce “velate” diogni genere da questi personaggi (complici anche colletti bianchi e schegge delle istituzioni) subendo in silenzio. Mi auguro solo che prima o poi magistrati seri come Tona scoperchino questo putridume e liberino Caltanissetta.

  4. Stiamo dalla sua parte Dott. Tona, è chiaro a tutti noi chi combatte la mafia e l’illegalità e chi invece della lotta alla mafia ne ha fatto semplice carriera politica o di potere. E’ arrivato il tempo, in questo periodo di estrema crisi e di sconvolgimento sociale, di fare chiarezza perchè anche così potremmo credibilmente avere speranza nel futuro.

  5. bellissima riflessione del dott. Tona che da onore a chi onore spetta, a falcone e borsellino in primis ma anche a sciascia, le cui riflessioni sul “professionismo dell’antimafia” sono state troppe volte utilizzate vigliaccamente solo per fini di becera propaganda… «Ebbe la gradevolezza di darmi una interpretazione autentica del suo pensiero che mi fece subito riflettere sul fatto che quella sua uscita mirava a ben altro» (p. borsellino) http://archiviostorico.corriere.it/2005/dicembre/07/Borsellino_rivelo_Sciascia_non_attaccava_co_9_051207048.shtml

  6. “Anche nelle comunità cristiane ci sono arrampicatori, che cercano il loro e coscientemente o incoscientemente fanno finta di entrare ma sono ladri e briganti. Perché? Perché rubano la gloria a Gesù, vogliono la propria gloria”. Papa Francesco.

  7. Eccellente dott.Tona. Ha puntato il dito dritto contro un marciume che è peggio della stessa mafia…

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