Elezione presidente del Consiglio, altra fumata nera

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Hanno ribadito con veemenza la richiesta della proclamazione ufficiale di
Alfredo Fiaccabrino quale nuovo presidente del consiglio comunale i consiglieri  di opposizione del Pd, dell’MpA e della Federazione che riunisce PdL Sicilia, Diversi Insieme, Udc e Dc, a seguito delle elezioni svoltesi nella seduta dell’ 8 marzo, al termine della quale, in seconda votazione, Fiaccabrino aveva  ottenuto 13 voti, due in più dell’altro candidato Giuseppe Territo (voti anche per Ugo Lo Valvo).

Una maggioranza semplice che, secondo il regolamento (che si
rifà alla legge regionale n.7 del 1992), sarebbe sufficiente già alla seconda
ripetizione del voto.
Ma dopo la lettura in apertura della seduta di lunedì, da parte del
consigliere Lorenzo Tricoli, della diffida e del ricorso in autotutela
presentato dal consigliere Fiaccabrino, e la risposta del segretario generale
Eugenio Alessi, che non ha ritenuto valida l’interpretazione data dai
consiglieri, è stato un interminabile susseguirsi di polemiche tra le due
parti, con attacchi spesso pretestuosi e gratuiti. Tanti, forse troppi, e nella
maggior parte poco produttivi gli interventi dei consiglieri, molti a titolo
personale, e troppe le dotte disquisizioni più adatte ad aule di tribunali che
alla sede del governo cittadino, cosa francamente imbarazzante in un momento
difficile come quello che la città sta attualmente vivendo. Per poi arrivare ad
nuovo rinvio a lunedì 21 marzo ed una riunione dei capigruppo (pr l’esame
approfondito di tutta la documentazione portata in aula ieri) in programma per mercoledì 16 marzo.
Il vero problema sembra, a questo punto, che la politica, la cui definizione
affonda la sua radice etimologica nella parola greca “polis” (era la città-
stato ma la parola può avere un’accezione più vasta che esplica il senso più
genuino di cittadinanza, di “governo della ragione”) sembra avere dimenticato
proprio questo: la nostra “polis” è Caltanissetta, non antica città-stato (che
non dialoga né con i governi locali né con quello nazionale) ma moderno comune
di una grande nazione unitaria, una città che chiede oggi di essere governata
dai rappresentanti democraticamente eletti, sindaco e consiglieri comunali.
“Polis” non significa farsi i fatti propri una volta insediati nei cosiddetti
“palazzi del potere”, perché chi là siede deve occuparsi della “cosa pubblica”,
di tutti noi, dei nostri problemi reali che sono oggi quelli di chi fa la fila
al banco pegni per lasciare qualcosa ed avere in cambio il denaro per vivere o di chi fa direttamente la fila agli sportelli dela carità per un sacchetto di
generi alimentari di prima necessità. Necessarie immediate soluzioni per una
comunità locale al collasso, assediata dal malaffare, avvelenata dal
clientelismo, nel buio morale della perdita dei valori (etici, cristiani) e
della mancanza di solidarietà, affamata dalla crisi mondiale e dalla miopia di
governi inefficienti piuttosto che mirare a riempire tutti i posti di governo e
sottogoverno locale con fedelissimi e “colonnelli” e saturare i media con la
consueta demagogia da pizzeria che francamente ha stancato tutti. (rlv)

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